Goodbye, Warren!
Nella sua ultima lettera agli azionisti, una sorta di congedo gentile, Buffett annuncia che non scriverà più la celebre lettera annuale e che non terrà più il suo lunghissimo intervento al meeting di Berkshire Hathaway.
Dice che andrà “quiet”, in silenzio.
Ma lo dice con ironia, con quel modo tutto suo di non prendersi troppo sul serio. Alla fine non sparisce davvero, semplicemente cambia il modo di esserci.
Come sappiamo da tempo il nuovo amministratore delegato sarà Greg Abel, una presenza interna a Berkshire da anni, a questo riguardo Buffett chiede solo una cosa: dategli fiducia.
“He is a great manager, a tireless worker and an honest communicator. Wish him an extended tenure.”
Un invito alla continuità.
Non servono rivoluzioni. Servono solidità e buon senso, le stesse qualità che hanno reso Berkshire una storia unica.
OMAHA, LA SUA CITTA’
L’ultima lettera di Warrren Buffett non parla di finanza.
Parla di ospedali degli anni ’30, di scuole pubbliche e di maestre che facevano scrivere biglietti ai compagni di classe, di amici trovati e ritrovati, di case sempre nella stessa città.
Buffett torna continuamente a Omaha, non solo fisicamente ma emotivamente.
“Looking back I feel that both Berkshire and I did better because of our base in Omaha than if I had resided anywhere else.”
Buffett ci ricorda che l’ambiente conta, e che le radici possono diventare un punto di forza.
Scrive che la fortuna esiste e che lui ne ha avuta molta.
Di essere nato nel posto giusto, nel corpo giusto, al momento giusto.
“I was born in 1930 healthy, reasonably intelligent, white, male and in America. Wow! Thank you, Lady Luck.”
Una frase che pesa, soprattutto detta da uno degli uomini più ricchi del mondo.
È un riconoscimento non scontato, soprattutto oggi, in tempi in cui si parla spesso di merito come se qualunque cosa si potesse misurare con un righello.
CHARLIE MUNGER: L’ASSENZA PIU’ PRESENTE
Tra le pagine della lettera, uno dei momenti più emotivi è quando Buffett parla di Charlie Munger, lo descrive come un fratello maggiore, un riferimento morale, la persona che lo ha aiutato a diventare un investitore migliore e, in modo sottile, anche un uomo migliore.
“For more than 60 years, Charlie had a huge impact on me and could not have been a better teacher and protective ‘big brother.’”
Buffett racconta che Munger viveva a soli pochi isolati da quella che sarebbe diventata la sua casa storica di Omaha.
Avrebbero potuto incontrarsi molto prima, ma la vita li mise sulla stessa traiettoria solo nel 1959.
Buffett sottolinea come Munger non gli abbia mai rivolto un “te l’avevo detto”:
“We had differences but never had an argument. ‘I told you so’ was not in his vocabulary.”
Non erano due geni che cercavano di prevalere uno sull’altro, ma due persone che, riconoscendo i propri limiti, hanno costruito qualcosa che nessuno dei due avrebbe potuto creare da solo.
IL DENARO COME RESPONSABILITA’
Buffett annuncia la donazione di una grande parte delle sue azioni alle fondazioni gestite dai suoi figli.
Non per creare dinastie, ma per restituire.
Usa una metafora implicita, silenziosa: la ricchezza è una corrente, non una diga.
Se la trattieni, ristagna. Se la lasci fluire, serve a qualcuno.
Questi, in particolare, mi ricordano molto i principi che Zio Paperone insegna a Qui, Quo e Qua nel cortometraggio Zio Paperone e il denaro, cartone animato della Disney del lontano 1967. Se hai un quarto d’ora di tempo, ti consiglio di guardarlo.
E quando Buffett parla dei propri figli, dice che non dovranno fare miracoli.
Dovranno solo “fare un buon lavoro”, possibilmente migliore di ciò che fanno lo Stato o la beneficenza sporadica.
Che gli errori arriveranno e che va bene così.
LEZIONI FINALI
La parte che più colpisce, però, arriva verso la fine. È una frase semplice, ma che racchiude un testamento etico:
“La gentilezza non costa nulla. Ma vale tutto.”
E poi l’ultimo consiglio, che sembra quasi una stretta di mano:
“Scegli i tuoi eroi con attenzione. E poi prova a somigliargli.”
Non ci dice chi siano gli eroi giusti, ci dice solo che ne abbiamo bisogno.
Infine non essere troppo cattivo con tè stesso:
“My advice: Don’t beat yourself up over past mistakes – learn at least a little from them and move on. It is never too late to improve.”
Non importa l’età, la fase della carriera, il punto in cui ci si trova.
Si sbaglia, ci si rialza e si prova ancora.
GOODBYE, WARREN
Non è un addio. È un passaggio di testimone.
Come ho scritto in occasione dei 60 anni alla guida di Berkshire, abbiamo avuto la fortuna di vedere all’opera direttamente il più grande investitore di tutti i tempi, non di leggerlo raccontato sui libri, ma proprio di vedere come agisce, come ragiona, come affronta i cambiamenti in atto.
Buffett ci lascia una guida fatta di pazienza, equilibrio e responsabilità.
Una guida che può sembrare “vecchia” in un mondo che corre e va sempre più veloce, ma che forse è proprio per questo che è ancora più necessaria.
I numeri cambiano, le aziende cambiano, i mercati oscillano ma i princìpi che Buffett ha cercato di trasmettere rimangono e andranno coltivati.
Scegliere le persone giuste, fare la propria parte e cercare di migliorarsi, un giorno alla volta.
Di certo non diventeremo Warren Buffett.
Ma tutti possiamo provare, per quanto possibile, a imitarlo.
Disclosure: long Berkshire
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