Su Trump e l’eliminazione delle trimestrali

Azioni
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Ieri Donald Trump ne ha detta un’altra delle sue: eliminare le trimestrali delle aziende quotate, così che le società possano concentrarsi sulla gestione a lungo termine e ridurre i costi amministrativi.

A parte il fatto che Trump un giorno afferma una cosa e quello dopo può già smentirsi (lo abbiamo visto bene qualche mese fa durante il caos dei dazi), la proposta ha fatto comunque discutere.

E non è detto che fra qualche giorno lo stesso Trump non la pensi già diversamente.

Al netto delle uscite colorite, il tema delle trimestrali non è banale: da una parte, come dice il tycoon newyorchese, libererebbe le aziende dall’ossessione del breve termine.

Dall’altra, però, cambierebbe profondamente il rapporto di trasparenza con il mercato.

Qualche tempo fa, se mi avessero detto che Trump voleva eliminare le trimestrali, avrei applaudito.

L’idea di liberare le aziende dalla dittatura dei tre mesi mi sembrava ottima.

A mente fredda, però, parlando da investitore retail, quindi senza alcun peso decisionale all’interno delle società, vedo più contro che pro.

Le trimestrali, pur con i loro difetti, garantiscono un flusso informativo regolare e trasparente al mercato.

Significa che anche noi piccoli azionisti, non solo i grandi fondi o gli insiders, possiamo avere informazioni aggiornate ogni tre mesi.

Se si passasse alle semestrali, gli insiders disporrebbero di dati riservati per molto più tempo, allungando ulteriormente la distanza tra chi è dentro l’azienda e chi ne è semplicemente azionista.

Per chi investe i propri risparmi in borsa, questo scenario non è certo l’ideale.

Lasciami spiegare meglio dove voglio arrivare.

PRO E CONTRO DELLE TRIMESTRALI

Come ogni strumento, anche la pubblicazione delle trimestrali delle aziende quotate ha aspetti positivi e negativi.

I pro delle trimestrali:

  • garantiscono trasparenza e frequenza delle informazioni verso il mercato,

  • riducono le asimmetrie informative tra insiders e piccoli azionisti,

  • permettono agli investitori di monitorare più da vicino la gestione aziendale,

  • aumentano la disciplina interna delle società, che sanno di dover rendere conto periodicamente.

I contro delle trimestrali:

  • spingono i manager a privilegiare il breve periodo a scapito delle strategie di lungo termine,

  • generano spesso volatilità di Borsa immediatamente dopo la pubblicazione dei dati,

  • comportano costi amministrativi e burocratici per le aziende,

  • rischiano di trasformarsi in una “gara a battere le attese” più che in un’occasione di analisi reale.

In sintesi, le trimestrali sono utili per la tutela degli investitori e la trasparenza dei mercati, ma al tempo stesso possono distorcere il comportamento delle aziende, costringendole a una visione troppo miope.

IL MONDO IDEALE

In un mondo ideale non ci sarebbe nessun problema se le aziende quotate pubblicassero i risultati ogni sei mesi invece che ogni tre.

Perché? Perché il mondo ideale presupporrebbe:

  • assenza di asimmetrie informative, con manager e azionisti sullo stesso piano,

  • mercati davvero efficienti, capaci di incorporare in modo istantaneo e corretto tutte le informazioni disponibili,

  • investitori focalizzati solo sul lungo termine, senza pressioni speculative,

  • e soprattutto governance aziendali trasparenti e integerrime, che non avrebbero alcun incentivo a trattenere informazioni rilevanti troppo a lungo.

Insomma, in un contesto del genere, ridurre la frequenza dei report finanziari non creerebbe squilibri, perché tutti giocherebbero con le stesse regole.

Ma sappiamo bene che la realtà è diversa.

IL MONDO REALE

Quello che osservo è che ci troviamo in un mondo ben diverso da quello ideale di cui parlavo prima.

Manager che diluiscono gli azionisti con piani di stock option mastodontici, fondi pensione che presto potrebbero investire in criptovalute… e che dire proprio di queste ultime?

Volete più leva finanziaria? Avanti tutta! E io, come scrivevo anche su X.com, continuo a chiedermi: cosa potrà mai andare storto?

Il punto è semplice: con i propri soldi ognuno dovrebbe essere libero di fare quello che vuole, a patto di essere responsabile delle proprie scelte, nel bene e nel male.

Ho perso soldi? Ok, ho sbagliato.

Mi assumo la responsabilità, cerco di capire dove ho commesso l’errore e la prossima volta cerco di migliorare.

Ma questo accade solo nel mondo ideale.

Nel mondo reale, molto più spesso, le perdite di interi settori vengono socializzate e scaricate sui soliti noti: i contribuenti che vengono tassati di più o i piccoli investitori chiamati a cacciare ulteriori soldi nel caso di aumenti di capitale.

Come ho già scritto in altri articoli, e per citare ancora l’investitore Harris Kupperman: “This is Africa”, a sottolineare le distorsioni del nostro sistema civile, dove pochi vincono e molti perdono.

Il vecchio approccio win-win di qualche decennio fa si è trasformato in un enorme “I win, you lose”.

Ecco perché l’idea che Trump vuole eliminare le trimestrali mi puzza: significherebbe regalare ancora più margine di manovra agli insiders, lasciandoli liberi di fare il bello e il cattivo tempo per sei mesi, senza che gli azionisti di minoranza possano accorgersene.

E quando se ne accorgeranno, spesso sarà già troppo tardi.

WARREN BUFFETT E LE TRIMESTRALI

A questo proposito sono andato a scovare cosa ne pensasse uno di comprovata onestà intellettuale e, se mi seguite da tempo, saprete già a chi mi riferisco.

E’ lui o non è lui? Cerrrto che è lui! (cit.)

Warren Buffett sulle trimestrali ha sempre avuto una posizione chiara.

In un’intervista alla CNBC del 2018 dichiarò:

“I like to get those quarterly reports. I do not like guidance. I think the guidance leads to a lot of bad things, and I’ve seen it lead to a lot of bad things.”

Tradotto: Buffett apprezza la pubblicazione dei report trimestrali in quanto strumento utile per informare gli investitori.

Quello che invece non condivide è la guidance trimestrale, ovvero la pratica di fornire previsioni sugli utili futuri per orientare le aspettative del mercato.

Secondo Buffett, infatti, questa abitudine spinge molti manager a focalizzarsi eccessivamente sul breve periodo pur di rispettare le stime, arrivando perfino a sacrificare decisioni strategiche importanti per la crescita di lungo termine.

In altre parole: la trimestrale come report finanziario è uno strumento di trasparenza; la guidance trimestrale rischia invece di diventare una gabbia che condiziona negativamente la gestione aziendale.

CONCLUSIONI

Detto questo, credo che la possibilità di fare un buon investimento esista sia con le trimestrali che con le semestrali.

Allo stesso modo, si può sbagliare investimento indipendentemente dalla frequenza con cui le aziende pubblicano i risultati.

Non è quindi la periodicità a fare la differenza in sé.

Esistono manager e aziende guidate con integrità e capaci di ben comunicare le loro azioni ai mercati che non si lasciano condizionare dal calendario delle trimestrali, e i risultati parlano per loro.

Buffett è un esempio ed è anche il più eclatante, ma non è comunque l’unico.

Il punto è che, valutando i pro e i contro di questa iniziativa, e parlando da investitore retail come la maggior parte di noi, non vedo come il saldo possa essere positivo.

Per fortuna, ritengo difficile che una proposta del genere possa andare davvero in porto.

In una società che ormai vuole tutto e subito, in cui il prezzo di un’azione deve andare “to the moon” in pochi giorni, è già tanto aspettare di trimestre in trimestre.

Figuriamoci aspettarne sei!

Il presente contenuto è ai soli fini didattici e di discussione, fai le tue ricerche prima di investire (do your own research before invest).

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